Da Microsoft a ActivTrak: secondo uno studio Usa, il settore del monitoraggio crescerà a dismisura. Sono le “sentinelle dello smart worker”, quelle che controllano - col fucile spianato dall’altra parte dello schermo - che il lavoratore da remoto sia costantemente produttivo. Si tratta delle app per il controllo a distanza dei dipendenti e negli Stati Uniti sono sempre di più: si va da quelle che comunicano ai capi dati sui siti web consultati a quelle che fanno gli screenshot delle schermate. E ora ci si mette anche Microsoft: un nuovo tool, chiamato Productivity Score, annunciato durante la conferenza annuale degli sviluppatori, mostra ai datori di lavoro come i propri dipendenti utilizzano i servizi di Microsoft 365 come Outlook, Teams, SharePoint e OneDrive.
Ma può esistere uno smart working senza controllo sulla vita delle persone? Secondo Michel Martone, giurista e accademico, autore del libro “Il lavoro da remoto - Per una riforma dello smart working oltre l’emergenza”, sì: “Il datore di lavoro ha bisogno di controllare - spiega ad HuffPost - ma dovrebbe controllare i risultati del lavoro, non la persona”.
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Inizia la prima campagna di Tech Workers Coalition Italia.
Il problema è chiaro: l’IT italiano è stato costruito sullo sfruttamento, sull’illegalità, sulla violazione dei diritti e questa situazione non è più sostenibile. Il cambiamento non può che venire dalle lavoratrici e dai lavoratori del settore tecnologico: non dalla politica che ci ignora, non da una classe imprenditoriale nazionale incapace di superare le sue logiche feudali e sicuramente non dalle grandi aziende straniere che vedono l’Italia come una miniera da cui estrarre manodopera usa e getta a basso costo.
La trasmissione Le Dita Nella Presa che va in onda una domenica si e una no su Radio Onda Rossa ha dato vita ad un ciclo di trasmissioni che ha sviscerato alcune importanti questioni legate alla sostenibilità del digitale.
Apriamo un ciclo di puntate per parlare della materialità del digitale: ovvero del perché non accettiamo la semplificazione che "il digitale inquina meno della carta".
Facciamo un'analisi dell'impatto ambientale delle tecnologie, dall'estrazione fino al fine vita. Utilizzando la metodologia della LCA (analisi del ciclo di vita) discutiamo i modelli di produzione della merce tecnologica.
Parleremo del "fine vita" degli oggetti tecnologici e dei problemi ambientali connessi: i componenti elettronici sono particolarmente inquinanti e difficili da separare e riciclare.
Facciamo un excursus sulle normative riguandanti i RAEE, i sistemi di gestione previsti, sottolineando le criticità, tra cui spiccano la gestione privata (in genere affidata agli stessi produttori) contrapposta all'interesse pubblico e la scarsa trasparenza sugli effettivi risultati conseguiti.
Terza puntata del ciclo sulla materialità del digitale: dopo aver parlato del design dei dispositivi elettronici e dell'estrazione delle materie prime, passiamo al lavoro che sta dietro ai prodotti elettronici che usiamo quotidianamente, in particolare a quello "prettamente" elettronico.
Dal coltan al cellulare
Dopo la puntata precedente, dedicata al design, oggi parliamo delle materie prime utilizzate per produrre i dispositivi digitali.
Partiamo dalla lista di materiali necessari alla produzione di un computer standard e analizziamo alcuni dei processi di estrazione dei minerali che li contengono. Petrolio e acqua sono le risorse maggiormente usate (in kg), ma ci concentreremo su Oro e Tantalio perché irrinunciabili per l'elettronica, come è oggi.
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