È oramai un fatto acclarato – al punto di essere entrato nel sentire comune – che gli strumenti di comunicazione di massa come Facebook, Instagram o TikTok sono strumenti di sorveglianza. L’illusione di utilizzarli per comunicare contenuti in qualche modo antisistema sempre più spesso si schianta contro la realtà di servizi di intelligence che usano quello stesso ecosistema per controllare il dissenso, individuare gli attivisti, ricostruirne le reti sociali, tracciarli e colpirli. In tutti blocchi imperialisti vi è questa dinamica ed è una dinamica dove vi è una partnership inestricabile tra i servizi di sicurezza statali e le aziende private che forniscono servizi analitici.
Inutile girarci intorno: i movimenti politici hanno bisogno della comunicazione di massa. Nonostante buona parte del variegato mondo “movimenti sociali” abbia scelto di stare sui social commerciali molti di questi stessi attori avevano anche una presenza sulla piattaforma di blog noblogs.org, gestita da A/I. Costringere alla chiusura quello che è stato uno strumento facilmente accessibile anche a militanti con scarse capacità tecniche e al contempo autonomo dalle piattaforme commerciali significa sia mettere immediatamente il bagaglio a migliaia di collettivi che costringere questi stessi ad affidarsi a strumenti commerciali che estraggono valore dai dati pubblicati e che sono più che contenti di contribuire alla crociata contro la sinistra radicale dichiarata dal presidente Trump.
Senza dire nulla di nuovo possiamo pacificamente affermare che viviamo da anni in un ecosistema comunicativo monopolista. Poche aziende controllano buona parte della comunicazione pubblica a livello globale. L’attacco a una piattaforma autonoma significa cercare di costringere ancora più persone a utilizzare, volenti o nolenti, i servizi GAFAM.
Il messaggio è chiaro: è il centro imperiale a decidere quali sono le piattaforme che si possono utilizzare e quali non si possono usare.
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Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti.
Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo”.
Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la loro libertà di investimento, estrazione e profitto.
Recensione completa su Carmilla
La reputazione liberale del settore è fuorviante. Le sue tendenze reazionarie, che celebrano ricchezza, potere e mascolinità tradizionale, sono state chiare sin dalla mania delle dotcom degli anni Novanta.
Questo crescente "tecnofascismo", come lo avevano chiamato i critici dell'epoca, fu temporaneamente scongiurato dal crollo del mercato azionario delle dotcom del 2000. [...] Elon Musk , Peter Thiel e altri avevano assorbito le lezioni degli anni '90. All'inizio del nuovo millennio, erano pronti a lasciare il segno sul futuro, guidati dai sogni reazionari del passato.
I titani della Silicon Valley del 2025 stanno seguendo lo stesso schema. La scorsa settimana, Mark Zuckerberg ha annunciato che Meta avrebbe terminato i suoi programmi DEI (sulla diversità e identità di genere) e modificato le sue policy di piattaforma per consentire post più discriminatori e molesti. Nel podcast di Joe Rogan, Zuckerberg ha chiarito le sue motivazioni: ha affermato che la cultura aziendale si era allontanata dall'"energia maschile" e aveva bisogno di ripristinarla dopo essere stata "castrata".
Elon Musk ha rimodellato Twitter in X, una piattaforma che opera in gran parte come risposta alle affermazioni di un "virus del woke", l'ultima iterazione del "politicamente corretto". E lo stesso Marc Andreessen, il "bambino genio" degli anni '90, ha tratto sempre più ispirazione dai futuristi italiani, un movimento di artisti fascisti all'inizio del XX secolo che glorificavano la tecnologia mentre cercavano di "demolire" il femminismo.
Ma la storia della valle suggerisce che non si tratta di un glitch o di un'anomalia. È un crescendo di forze centrali per l'industria tecnologica, e l'attuale ondata di titani della tecnologia di destra sta costruendo sulle fondamenta della Silicon Valley.