Mentre procede l’infrastrutturazione di un mondo organizzato attorno al primato cognitivo ed economico dell’AI, l’ostilità verso i data centers e il loro impatto – tanto ambientale quanto sociale – inizia ad assumere una dimensione minacciosa. Contestazioni e attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau.
l'approfondimento della trasmissione di Radio Blackout inizia analizzando un nuovo mega-progetto nello Utah, che ci consente di osservare le differenti modalità di relazione tra data centers e apparato militare, per arrivare a delineare alcune traiettorie repressive che aggiornano le strategie degli apparati agli imperativi dei nuovi padroni
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Le aziende stanno ottenendo vaste quantità di dati online attraverso forme illegali di estrazione di informazioni dalla rete per realizzare i loro prodotti di intelligenza artificiale generativa. In questo modo, consentono un’invasione di massa della privacy. I loro prodotti sono illegali proprio per il modo in cui sono progettati.
È quanto ha dichiarato oggi in un nuovo rapporto Amnesty International, mettendo in guardia sull’impatto negativo per l’ambiente e per le comunità storicamente marginalizzate.
“Aziende di ogni parte del mondo stanno rifornendo i loro prodotti di intelligenza artificiale generativa vantandone l’efficienza e la sofisticatezza. In realtà, stanno perpetuando un’invasione di massa della privacy attraverso l’estrazione illegale di dati dalla rete: usano procedimenti automatizzati per estrarre dati dai siti, compresi quelli personali come le immagini e le attività sulle piattaforme social al fine di addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale”, ha dichiarato Likhita Banerji, direttrice dell’Algorithmic Accountability Lab di Amnesty International.
Dietro i consumi dell'IA c'è una corsa da 2.500 miliardi di dollari. Un rapporto Onu ne calcola per la prima volta il prezzo ambientale
Se i data center del mondo fossero considerati uno Stato, già oggi consumerebbero la stessa energia della Francia. Entro il 2030, inquinerebbero quanto il Regno Unito. Due dati che esprimono le dimensioni degli impatti ambientali dell’intelligenza Artificiale sul pianeta.
Il quadro generale lo descrive il rapporto pubblicato il 3 giugno 2026 dall’Unu-Inweh (United Nations University Institute for Water, Environment and Health), il braccio accademico dell’Onu che lavora da trent’anni su sfide globali all’incrocio tra acqua, ambiente e salute. Il documento si intitola Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints ed è, ad oggi, la valutazione più completa degli impatti ecologici dell’intelligenza artificiale mai condotta a livello internazionale.
Per capire perché i consumi crescano a questo ritmo occorre partire dall’economia. Il rapporto stima che la spesa globale per l’IA nel 2026 supererà i 2.500 miliardi di dollari, per arrivare a 5mila miliardi entro il 2033. Questa crescita si traduce direttamente in consumo di risorse energetiche. I data center hanno consumato circa 448 Terawattora (TWh) di elettricità nel 2025.
"Il testo approvato in Regione presenta maglie larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. I costi dell’intelligenza artificiale potrebbero superare i benefici.
La Lombardia è la principale area italiana per presenza di data center e, finalmente, ha predisposto un (brutto) progetto di legge per regolarne la crescita, che si sta rivelando caotica e fortemente impattante, come già accaduto per i centri logistici sorti come funghi negli ultimi anni. Il testo approvato il 26 maggio in Regione presenta però ancora maglie troppo larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. Norme di questo tipo dovrebbero essere nazionali, non regionali. La disciplina nazionale, approvata il 24 febbraio 2026, prevede infatti decreti attuativi entro sei mesi, ma rischia comunque di arrivare a valle di un fenomeno già esploso."
Da chi chiede una “pausa globale” a chi fa lobby tra i politici fino alle proteste fuori dagli uffici delle big tech: ecco chi sono le voci che manifestano contro l'Intelligenza Artificiale
Contro l’intelligenza artificiale. Se per anni il dibattito sull’AI è stato dominato quasi soltanto da entusiasmo, investimenti e promesse sul futuro, oggi il movimento di gruppi contrari sta crescendo e diventando sempre più visibile. Il loro obiettivo è cercare di rallentare, limitare o addirittura fermare lo sviluppo di tale tecnologia. Non si tratta di un fronte unico. Alcuni gruppi puntano a influenzare governi e istituzioni attraverso lobbying, ricerca e campagne mediatiche. Altri funzionano come movimenti di protesta dal basso, con manifestazioni, azioni simboliche e attivismo continuo. Anche le motivazioni cambiano molto.
C’è chi teme soprattutto la concentrazione di potere nelle mani delle big tech, chi parla di perdita di posti di lavoro e sostituzione delle competenze umane e chi, invece, considera possibile uno scenario estremo in cui sistemi AI molto avanzati possano diventare impossibili da controllare. Il risultato è una galassia frammentata ma in rapida crescita, dove convivono ricercatori universitari, attivisti politici, ex insider della tecnologia e gruppi di protesta più radicali. Wired Italia ha provato ad esplorarla.
Anthropic affitta il supercomputer di Musk per 1,25 miliardi al mese. Sullo sfondo, data center nello spazio e impatti ambientali ignorati
Chi ha un abbonamento a Claude avrà notato nelle ultime settimane un miglioramento sensibile: sessioni più lunghe, risposte migliori, utilizzo dei token ottimizzato. Dietro questo aggiornamento c’è un accordo annunciato il 6 maggio da Anthropic – l’azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude – per l’utilizzo dei supercomputer di Elon Musk, e in particolare di Colossus 1. Un’intesa inedita tra due aziende che nell’immaginario collettivo non potrebbero essere più distanti, ma che hanno trovato in questo accordo una convenienza reciproca. Anche se le diffidenze rimangono. E le contraddizioni pure.
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I termini economici dell’accordo con Anthropic si ricavano dall’S-1 depositato alla SEC – il documento di registrazione obbligatorio per le aziende che vogliono quotarsi in Borsa negli Stati Uniti. Per l’affitto del supercomputer, Anthropic pagherà 1,25 miliardi di dollari al mese fino a maggio 2029, per un totale potenziale di oltre 40 miliardi. Per SpaceXAI, Anthropic è il primo cliente esterno di Colossus e rappresenta la prova che la nuova holding può inserirsi come quarto hyperscaler – il termine tecnico per i grandi fornitori di servizi cloud – accanto ad Amazon, Google e Microsoft.
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California.
Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine "Lavorare per la macchina" di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds
La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali.
In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, questa volta in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno.
Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la
Le comunità che vivono vicino al Lago Tahoe, in Califonia, dovranno trovare un nuovo fornitore di energia entro maggio 2027: il loro attuale fornitore, NV Energy, ha comunicato che interromperà la fornitura elettrica alla regione per destinare capacità alla crescente domanda dei datacenter del vicino Nevada. La decisione coinvolge circa 49.000 residenti californiani serviti da Liberty Utilities, che dipende per il 75% dell'energia proprio da NV Energy.
Liberty Utilities, con sede in California, acquista da anni la maggior parte della propria energia dalla utility del Nevada attraverso accordi temporanei. NV Energy ha però notificato che tali contratti non verranno più rinnovati: la motivazione principale indicata è la necessità di liberare capacità per sostenere l'espansione dei datacenter nel Nevada settentrionale, un settore che secondo i piani energetici della stessa NV Energy potrebbe generare fino a 5.900 MW di nuova domanda entro il 2033. La crescita dei data center ha già portato NV Energy a stipulare nuovi accordi con grandi aziende tecnologiche. Amazon, ad esempio, ha concordato il supporto allo sviluppo di 700 MW di energia «a basse emissioni» destinata alle operazioni dei data center di Reno, inclusi 100 MW di energia geotermica.
Quasi 40 GW richiesti a Terna nella sola Lombardia per nuovi data center. La Regione prepara una legge, ma cresce la protesta sui territori
Il 12 maggio la Regione Lombardia avrebbe dovuto approvare i progetti di legge Pdl 150 e Pdl 123 sui data center. Le norme serviranno a regolare quella che, secondo associazioni, sindacati e consiglieri d’opposizione, è la nuova corsa all’oro del territorio: l’installazione di strutture, sempre più grandi, per ospitare i server che servono a far funzionare l’intelligenza artificiale. La decisione però è slittata al prossimo 26 maggio, su richiesta di numerosi sindaci.
Mentre in Consiglio era in atto la discussione, all’ombra del Pirellone una rete eterogenea manifestava le sue preoccupazioni. C’erano Legambiente, la Cgil e diversi rappresentanti istituzionali o della società civile di comuni della città metropolitana. Tra i timori dei dimostranti c’è soprattutto il fatto che, in assenza di un quadro chiaro definito a livello nazionale, la norma regionale serva solo ad accelerare i tempi di approvazione di progetti dei giganti del tech e dell’immobiliare, senza tutelare abbastanza la cittadinanza. Tema ripreso dai consiglieri d’opposizione. «Siamo di fronte a una brutta legge, scritta dalle lobby», ha denunciato Onorio Rosati di Alleanza Verdi Sinistra.
Con una nota, i Guardiani della Rivoluzione hanno minacciato esplicitamente 18 aziende americane come bersagli di ritorsioni per omicidi mirati tra i suoi vertici
Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) ha reso nota, martedì 31 marzo, l'intenzione di avviare attacchi contro numerose aziende statunitensi in Medio Oriente a partire dal 1 aprile, come forma di ritorsione per l’uccisione di cittadini iraniani nella guerra in corso con Stati Uniti e Israele. Nella lista figurano grandi aziende tecnologiche e industriali statunitensi come Apple, Google, IBM, Intel, Microsoft, Tesla e Boeing, accusate dal corpo militare iraniano di aver agevolato il Pentagono nell'individuazione di target militari. L'Irgc ha inoltre invitato i dipendenti delle società americane all'evacuazione del personale civile presente nella regione.
La minaccia, pubblicata il 31 marzo sul canale Telegram, fa parte di una più ampia campagna di minacce contro le infrastrutture commerciali statunitensi, iniziata dopo il primo attacco israelo-statunitense contro Teheran il 28 febbraio. Il 1 marzo droni iraniani hanno colpito due data center di Amazon Web Services e ne hanno danneggiato un terzo che si trova negli Emirati Arabi Uniti: si tratta del primo attacco confermato pubblicamente contro infrastrutture cloud hyperscale di proprietà statunitense. Come conseguenza, siti di banche, piattaforme di pagamento e servizi per i consumatori in tutta la regione sono andati offline. Anche a causa della disattivazione di sistemi di ridondanza, usati proprio per evitare interruzioni.