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Miniere che invadono foreste, condizioni di lavoro infernali, minerali estratti in aree di conflitto per nutrire le industrie militari e dell’elettronica

Fra i cinque punti del Piano per la pace nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), diffuso giorni fa da Denis Mukwege, chirurgo e premio Nobel, c’è la riforma strutturale delle catene di approvvigionamento dei minerali in tutto il paese. Non è un caso: il conflitto multiforme che da decenni tormenta soprattutto la regione orientale del Kivu viene alimentato dagli appetiti per le ricchezze del sottosuolo. Un sistema mortale di sfruttamento che giova ai circuiti commerciali internazionali: i minerali congolesi sono indispensabili per la rivoluzione tecnologica mondiale – anche militare.

Leggi l'articolo su "Il Manifesto"

Insieme al colosso degli Iphone e al gruppo di Elon Musk, anche Microsoft, Alphabet e Dell sono state denunciate da un’ong negli Stati Uniti per aver consapevolmente impiegato metallo estratto da minatori bambini in Congo. Se i giudici daranno via libera sarà la prima causa in tribunale relativa alle forniture di cobalto

Tesla, Apple e altri campioni dell’hi-tech «made in Usa» rischiano di finire alla sbarra per il cobalto insanguinato. Sarebbe il primo caso in tribunale relativo alle forniture del metallo impiegato nelle batterie: una causa che fa da pendent a quella che di recente ha visto ExxonMobil assolta dal reato di aver nascosto all’opinione pubblica il ruolo del petrolio nel cambiamento climatico e che potrebbe fare da apripista ad analoghe azioni giudiziarie contro società che vantano credenziali “green”.

Sono accuse gravissime quelle che International Rights Advocates, una ong americana, rivolge ad alcuni tra i maggiori utilizzatori mondiali di batterie a nome di 14 famiglie della Repubblica democratica del Congo, Paese da cui proviene oltre il 60% del metallo impiegato nei catodi, noto per le continue violazioni dei diritti umani.

Deforestazione, centrali a carbone, interi villaggi sgomberati con la forza, scarti chimici nelle acque, operai bruciati vivi, schiavi bambini, fauna e flora devastate, incidenti mortali. Sono il prezzo nascosto dell’auto elettrica.

La rivoluzione verde, infatti, come tutte le rivoluzioni, non è un pranzo di gala. La Commissione Europea ha deciso che dal 2035 si potranno vendere solo veicoli elettrici. Bisogna abbattere a tutti i costi le emissioni di Co2 per combattere l’effetto serra. Ma se la transizione avverrà senza tenere in conto i costi umani e ambientali, rischia di essere solo una tinta di verde che copre ogni sorta di abusi.

La parte più importante di un’auto elettrica è la sua batteria: 500 chili di minerali tra cui nichel, litio, manganese, cobalto, che viaggiano fino a 50.000 miglia nautiche prima di raggiungere la fabbrica in cui saranno trasformati in celle. Non proprio a Km zero. E d’altronde i fornitori di materie prime per ogni singola casa automobilistica sono centinaia: è difficile sapere da dove arrivano e dove finiscono i minerali per i veicoli elettrici, nemmeno il congresso americano è riuscito a farli mappare. Report ha deciso di indagare sulla filiera del nichel, un minerale che costituisce il 10% circa del peso delle batterie più performanti, dai 39 ai 43 chili per auto. La troupe di Report è finita in Indonesia dove ha potuto documentare quanto poco pulita è la filiera e quanto incide sui diritti umani più basici, a partire dall'accesso all'acqua. Anche nella vicina Germania, la fabbrica di Tesla è al centro di infuocate polemiche per il suo impatto ambientale.

Guarda l'inchiesta di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella sul sito di Report

È un minerale essenziale per la produzione delle batterie che alimentano veicoli elettrici e telefoni. Quasi il 70 per cento del cobalto mondiale viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo, in miniere di proprietà cinese

Nicolas Niarchos, giornalista di The New Yorker, è stato diverse volte nel sud della RDC. Nel suo reportage racconta la storia dello sfruttamento del territorio e delle persone per estrarre il Cobalto.

Leggi il reportage sul sito di Internazionale