Da domenica 15 fino a mercoledì 18 marzo Peter Thiel, co-fondatore di PayPal, uno dei primi sostenitori di Facebook e fondatore di Palantir, la società di sorveglianza utilizzata dalle agenzie di difesa e intelligence degli Stati Uniti, è a Roma, ufficialmente per tenere seminari sull’anticristo e altri temi che tengono insieme religione e Intelligenza Artificiale. Gli incontri si svolgono in un luogo segreto e sono rivolti a una platea selezionata.
La reinterpretazione dell’Apocalissi e dell’anticristo da parte di Thiel ci dicono molto su come le élite della Silicon Valley stanno reinterpretando il linguaggio apocalittico per i propri scopi. Quelle che possono sembrare bizzarre teorie messianiche manifestano la visione della storia e del mondo (e della loro potenziale fine) di una delle persone più influenti della Silicon Valley e degli Stati Uniti che pone la tecnologia come motore centrale del cambiamento sociale e ne lega i destini a doppio vincolo con quelli dell’intera umanità.
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Per l’Europa, scriveva in questo approfondimento Anton Shekhovtsov, la sfida è esistenziale: resistere a un modello che trasforma i cittadini in utenti di infrastrutture private e le nazioni in entità frammentate. Difendere lo Stato di diritto oggi significa sottrarre la governance del futuro al solo dominio della tecnica e del grande capitale.
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Le aziende legate a Thiel stanno già facendo accordi coi governi europei, scrive Domani: hanno partnership col ministero della Difesa britannico, con quello tedesco per le armi autonome; Palantir ha un accordo anche con quello degli Interni francese. L’anno scorso ha ottenuto contratti con la NATO nel campo dell’intelligenza artificiale.
Per quanto riguarda l’Italia, ricostruisce in un altro articolo sempre Domani, i rapporti tra Palantir e le nostre istituzioni sono continuativi e strutturati da oltre 10 anni. Tra contatti con il ministero della Difesa, collaborazioni nel settore sanitario e manifatturiero, Palantir sembra muoversi all’interno di una rete di relazioni che coinvolge istituzioni pubbliche, aziende e ambienti accademici.
Lunga puntata dedicata ad un racconto, attraverso molti report di 7amleh - centro di ricerca arabo sui social media - e non solo, dell'uso della tecnologia da parte di Israele come strumento di oppressione e di genocidio.
Il primo frammento di audio è dedicato al tema della distruzione dell'infrastruttura di rete; e alle difficoltà di comunicazione delle persone palestinesi in un contesto di censura che, in più, richiede a chi subisce un genocidio di performare il ruolo della vittima nei modi richiesti dai social media.
Proseguiamo con una rassegna delle tecnologie militari che non sarebbero possibili senza il coinvolgimento delle solite grandi imprese.
Infine, risultati delle campagne di boicottaggio e lotte per fermare i rapporti tra queste aziende e Israele.
L’azienda Usa è privata ma lavora per i governi.
Il potere, militare e non, oggi parla in codice. Palantir, la società fondata vent’anni fa a Palo Alto, è diventata la piattaforma che governi e eserciti usano per mettere ordine nel caos dei dati. Non produce armamenti, ma costruisce il software che li guida, nelle missioni e nelle decisioni. Ma soprattutto è lo strumento attraverso cui Peter Thiel, imprenditore e investitore, allarga la sua influenza sulla politica di Washington e sulla nuova amministrazione Trump.
Un unicum diventato imprescindibile per ogni esercito. I prodotti principali di Palantir hanno nomi evocativi, funzionali per far comprendere in fretta la loro utilità marginale. Gotham, usato da intelligence e forze armate, integra basi dati classificate e scenari operativi. Foundry, pensato per imprese e amministrazioni civili, costruisce copie digitali dei processi per ottimizzare logistica, forniture, ospedali. Apollo gestisce la distribuzione del software anche su reti isolate e ambienti critici. L’ultima evoluzione è AIP, la piattaforma che incapsula modelli di intelligenza artificiale nei contesti più sensibili, evitando fughe di dati e garantendo tracciabilità. L’obiettivo è ridurre la distanza tra analisi e decisione, riducendo i rischi collaterali.
In nemmeno 50 anni le aziende della Silicon Valley sono passate dal sognare la pace al realizzare sistemi in grado di sorvegliare silenziosamente qualsiasi smartphone e sistemi d’arma automatici che uccidono con un minimo o nessun intervento umano, i “killer robots”. E sembrano ben felici di mettere queste tecnologie a disposizione di nazioni in guerra e dittatori alla ricerca di sistemi di controllo del dissenso. La rubrica di Stefano Borroni Barale
Qui in Italia non è così noto, ma la controcultura hippie degli anni Sessanta, di cui San Francisco era divenuta la capitale, è stata uno degli ingredienti che ha contribuito, nel decennio successivo, alla creazione di quei gruppi di appassionati di elettronica, come l’Homebrew computer club, in cui hanno mosso i primi passi personaggi come Steve Wozniack e Steve Jobs, i fondatori della Apple.
Il sogno naïf di quella generazione era che i piccoli personal computer avrebbero distribuito il potere di calcolo, cambiando la società. Il poeta Richard Brautigan arrivò a cantare di questa utopia nel suo poema del 1967 “All watched over by machines of loving grace” che conobbe per questo una discreta fortuna.
Edward Snowden, la gola profonda che nel 2013 ha svelato il programma di sorveglianza di massa organizzato dall’agenzia di spionaggio civile degli Stati Uniti, sosteneva che la macchina della tirannia automatizzata fosse già pronta e che fossimo a un giro di chiave dal suo avviamento. Gli eventi recenti negli Usa sembrano tristemente confermare questa profezia. E in Europa?
“Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che scacciate i tiranni e li buttiate giù dal loro trono; basta che non li sosteniate più, e li vedrete crollare, […] come un colosso a cui sia stato tolto il basamento”. Étienne de La Boétie, “Discorso sulla servitù volontaria”, 1576.
Giorgio vive a Roma ed è un militante a tempo pieno. Fa parte di un sindacato di base della scuola, è segretario del circolo di uno dei tanti partiti della diaspora della sinistra, è femminista, appassionato praticante dell’inclusione dei suoi allievi con disabilità e non. La sua vita, a parte i rari momenti in cui riposa o in cui si dedica ai suoi genitori molto anziani, è dedicata a cercare di ricostruire quel “tessuto collettivo” in cui è cresciuto, negli anni tra il sessantotto e il settantasette, e che lo ha visto prendere parte poi, giovanissimo, al movimento ecologista e nonviolento dei primi anni 80.